La Ricerca è il motore strategico di un Paese: i suoi effetti ricadono su ogni aspetto della nostra vita, dalla salute all’economia, dalla sicurezza alla tecnologia. Eppure, in Italia, chi fa ricerca vive un’emergenza cronica.
Il settore è paralizzato da un precariato sistemico, figlio di disinvestimenti continui. Il risultato è drammatico: contratti che non si rinnovano e il rischio concreto di perdere decine di migliaia di professionisti altamente qualificati. Persone che, senza alternative, sono costrette a emigrare, arricchendo altri Stati con le proprie competenze e condannando l’Italia a un’arretratezza sempre più profonda.
In questo scenario, il concetto di “merito” — tanto sbandierato dalla politica — mostra tutta la sua ambiguità. Da un lato, il governo non mostra nessun interesse a tutelare proprio quelle persone altamente qualificate che dice di voler premiare e valorizzare; dall’altro, continua a usare la retorica meritocratica come alibi per giustificare disuguaglianze strutturali e assenza di tutele. La realtà è che in Italia il futuro della ricerca non viene deciso dal talento, ma da un sistema che rende i diritti condizionati, selettivi, revocabili, mentre clientelismo e familismo continuano a essete determinanti, a danno dell’interesse collettivo.
I NUMERI DEL DISASTRO
Non è solo una questione di diritti, è un problema di sviluppo.
- 38.000 precari:
la forza lavoro che regge università (32.000) ed enti di ricerca pubblici (6.000). - 30.000 posti a rischio entro il 2026:
è come se un’intera città delle dimensioni di Gorizia diventasse disoccupata dall'oggi al domani. - Il pilastro scientifico:
negli enti pubblici, 6.000 precari tengono in piedi interi settori scientifici. Perderli significa bloccare il futuro della collettività.
LA VITA SUL FILO DEL RASOIO
Vivere di ricerca oggi significa non poter pianificare nulla:
- L’ansia del rinnovo:
contratti annuali che rendono impossibile ogni progetto di vita, anche il più semplice. - Invisibilità contrattuale:
si può essere estromessi senza preavviso, spesso senza nemmeno una mail di cortesia. - Assenza di diritti:
molti ricercatori lavorano con tipologie contrattuali anomale, senza TFR o tutele base. - L’eterna formazione:
persone con 15 anni di esperienza vengono ancora definite "ricercatori in formazione". - Il dato incoraggiante:
quando un ricercatore viene finalmente stabilizzato, si registra un immediato "boom di nascite". Garantire il futuro dei lavoratori significa creare futuro per la società.
L'ECCELLENZA PRECARIA:
IL CASO INAF
La comunità precaria non è un "surplus", è la colonna portante degli istituti.
In INAF, quasi il 50% delle attività di ricerca e divulgazione è affidata a personale precario.
Eppure, mediamente ogni anno solo il 9 % di chi entra trova una prospettiva stabile considerando i concorsi e le stabilizzazioni dal 2016 ad oggi
L’assurdo burocratico: Gli istituti dichiarano apertamente nei bandi che queste selezioni servono a offrire "mobilità" e "rotazione", specificando che il lavoro svolto non costituisce alcun presupposto per un’assunzione a tempo indeterminato. La ricerca ha bisogno di collaborazione e confronto, ma questi non possono esistere senza stabilità.
LA SOLUZIONE?
FINANZIAMENTI STRUTTURALI
Ogni ricercatore che lascia l’Italia è una sconfitta dello Stato. Non servono slogan, servono fatti:
- Norma nel Decreto Milleproroghe: per riassumere i precari con contratti scaduti nel 2025.
- Piano di stabilizzazione 2026-2028: stanziamento di almeno 300 milioni di euro.
- Riserva assunzionale: destinare almeno il 50% della capacità assunzionale degli enti al personale precario in scadenza.
La "fuga dei cervelli" si ferma solo garantendo contratti dignitosi e regole chiare.
Ne parleremo nell'ASSEMBLEA che si terrà ONLINE il 15 GENNAIO alle ORE 11:00.
Fermiamo governo e CoPER:
I precari vanno stabilizzati, NON cacciati!
Partecipa
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EXTRA
Il 23 GENNAIO presso l'Università Statale di Milano ci sono due importanti eventi organizzati da USB Ricerca nell'ambito della mobilitazione in atto.
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